T.S.O.: CURA O TORTURA? ASSASSINIO MASTROGIOVANNI. LA LEGGE BASAGLIA 32 ANNI DOPO.

di Carmen Iebba  

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento.» Questo è il pensiero dell’uomo e psichiatra Franco Basaglia, che aveva capito più di altri la necessità di rivoluzionare il rapporto medico-paziente tramutandolo in un dialogo continuo atto alla comprensione ed alla restituzione al malato della propria soggettività e dignità, che guardava al manicomio come ad un carcere in cui si perpetrava l’alienazione continua dell’essere umano, dove il malato, il più debole, veniva costantemente ed in modo inerme dominato dal più forte, il medico, quello sano di mente per intenderci. Sono trascorsi 32 anni dalla legge 180/78 ispirata proprio alla lotta che Basaglia ha intrapreso per abbattere le tecniche di cura invasive del manicomio e dopo 32 anni di evoluzione del pensiero etico medico, le immagini di una telecamera di sorveglianza di una piccola e spoglia stanza del reparto psichiatrico dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania ci mostrano il lento spegnersi della vita di un uomo di 58 anni, ci mostrano come si muore in un luogo di pubblica tutela, ci mostrano come in 80 ore si può cancellare la dignità di un malato. Come uomo e come medico Basaglia sarebbe rimasto forse più che inorridito amareggiato nel vedere la morte di Francesco Mastrogiovanni, amareggiato nel percepire che al San Luca il manicomio non esiste più, ma solo come termine identificativo di un edificio. F.M. era un professore delle elementari, amante della letteratura, un intellettuale critico e appassionato. Apparentemente una persona come tante, ma, in realtà la sua esistenza viene segnata da momenti intensi e difficili. Nel luglio del 1972, per fatalità o destino diviene testimone dell’omicidio del giovane missino Carlo Falvella. Gli anni ‘70 sono gli anni della contrapposizione tra fascisti ed antifascisti, estremismi vari, dottrine enfatizzate e demonizzate, gli anni del rosso e del nero, dove abbracciare una filosofia di destra o di sinistra portava concettualmente ad assorbire un’idea piuttosto che un’altra, ma poi, su un piano più concreto, le differenze si annullavano. Ad un’aggressione si rispondeva con un’aggressione, il terrorismo era in lotta contro il terrorismo ed ancora adesso si perdono le capacità per distinguere le vittime dagli assalitori, per sentenziare e giudicare l’esatta posizione della verità. Anche la Salerno degli anni ‘70 si era trasformata in una nicchia di tensioni e i fatti del 2 luglio del ‘72 ne sono la prova inconfutabile. Quel giorno Francesco stava passeggiando con due amici, Giovanni Marini e Gennaro Scariati, esponenti del movimento anarchico, lungo via Velia a Salerno. Pur simpatizzando per le idee anarchiche Francesco non era certamente un militante, era una persona che amava dibattere e confrontarsi con gli altri sulle questioni di natura politica, come sottolinea la sorella Caterina. In quel periodo però il clima era alquanto concitato, Marini stava indagando sulla morte sospetta di alcuni anarchici e l’incontro con un gruppo di missini scatena una rissa. Mastrogiovanni viene colpito con un fendente ad una gamba e nel tentativo di difenderlo Marini infierisce con una coltellata su Falvella, che morirà poco dopo. Incomincia da qui, per Mastrogiovanni, un lungo percorso fatto di processi ed interrogatori, ma anche se sarà assolto da ogni tipo accusa, la sua dicotomia con la Giustizia non terminerà con l’archiviazione di quei fatti. Segnato dalla vicenda e dall’arresto dell’amico, per buttarsi tutto alle spalle il maestro se ne va su al Nord per alcuni anni, ma deve portarsi dietro il fardello che la società ormai gli ha imposto come pena, il suo nome resta legato al concetto di “anarchico pericoloso” e quando, dopo quindici anni, nel 1999, ritorna a vivere in provincia di Salerno, il tempo non sembra essergli stato amico e non ha affatto cancellato quell’immagine. Il 5 ottobre del ‘99 un banale litigio con un carabiniere degenera in una condanna per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Carcere, arresti domiciliari e poi l’assoluzione in appello con risarcimento per ingiusta detenzione. Dall’estate del 1972 e con quello che era accaduto nel 1999, il rapporto con la legge diviene il suo tallone di Achille, talmente conflittuale e complesso da indurlo a sviluppare un’ostilità ossessiva, una vera malattia di insofferenza, ansia e repulsione nei confronti della divisa, tale da intaccare nel profondo la sua mente e da permettergli di perdere la razionalità alla vista di un pubblico ufficiale, anche per motivi futili o irrilevanti. Accade così, durante una festa pubblica nel suo paese, Castelnuovo Cilento, che l’immagine di un vigile presente per la canalizzazione del traffico sia sufficiente per scatenare la sua paura ed indurlo ad abbandonare l’auto in strada con il motore ancora acceso, in altre situazioni si nasconde nei cespugli per ore, terrorizzato dalla vista di un carabiniere. « Franco prima dei fatti del 1999 non aveva mai avuto problemi del genere. Secondo me Franco sia pure sporadicamente e a distanza di mesi e di anni va incontro a momenti di forte sofferenza psicologica perché i fatti del 1999 hanno lasciato un segno profondo. Quando sono andato a trovarlo in carcere mi sono trovati una persona profondamente cambiata, alla quale sembrava che fosse caduto il mondo addosso. Eppure pensavo che fosse più forte!  Nonostante questi periodi critici Franco riesce a tornare alla vita normale e al lavoro. Crisi che durano soltanto una, due settimane. »  Queste le parole di Vincenzo Serra, cognato di Franco e Fondatore del movimento “Verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni,che sottolineano il peso di questa vicenda. Se ponessimo su una bilancia gli avvenimenti del ’72 e del ’99, tutto porterebbe a dare una maggiore rilevanza ai fatti che riguardano la morte di Falvella, invece ciò che scuote di più questa mente è un battibecco con un agente, oltretutto non in servizio. È ovvio che un diverbio, in se per se, non ha nessuna importanza, tutto ruota intorno alla prepotenza di una parte delle forze dell’ordine. In un paesino tranquillo come Castelnuovo il ritorno di Mastrogiovanni è il ritorno a casa di un personaggio noto su cui l’etichettatura sociale determina un accanimento ed è proprio l’impronta degli insulti, delle angherie e delle accuse gonfiate dei carabinieri che segnano quest’uomo. Sia pur sporadicamente, questi atteggiamenti paranoici che lo colpiscono, inducono il Sindaco del suo paese, per ben due volte, nel 2002 e nel 2005 a firmare il Trattamento sanitario obbligatorio per sottoporlo a cure ospedaliere ed è così che Franco entra in contatto con il micro mondo del San Luca di Vallo della Lucania. Quando il 31 luglio dell’anno scorso i suoi occhi incrociano nuovamente le forze dell’ordine, impazzisce di paura e scappa, non fugge per sottrarsi ad una colpa grave, è un uomo che non ne può più, è psicologicamente fragile e si sente perseguitato, focalizza nella divisa il suo male più grande e quando si ha così tanto timore di qualcosa si va nel panico e si perde l’autocontrollo, l’istinto ha il sopravvento e la fuga è l’unica alternativa, ma dinnanzi a decine di maledette divise, di luci e sirene di carabinieri, vigili urbani e guardia costiera, non può non arrendersi. Quello che appare come un dispiegamento di forze per catturare un importante criminale viene giustificato e motivato da ragioni pressoché banali ed ancora da accertare del tutto. Mastrogiovanni, la sera del 3 luglio ’99 avrebbe generato caos e panico guidando a forte velocità nel centro abitato del comune di Acciaroli, la mattina successiva la cosa si sarebbe ripetuta nel centro di Agnone Cilento, provocando il tamponamento di una vettura. La notte del 30 aprile è il Sindaco del comune di Pollica A. Vassalo, ad avvisare la polizia municipale e sarà sempre lui a sottoscrivere l’ordine di ricovero ospedaliero, ma non sussistono ulteriori denunce e l’auto di proprietà di Franco non riporta segni di infrazione, mentre appare alquanto strano il mancato ritrovamento, da parte dei familiari, della patente ed ancora più significativo è il dettaglio delle ruote della vettura ritrovate sgonfie. Sono queste comunque le giustificazioni connesse al Tso. Il TSO, “trattamento sanitario obbligatorio” è previsto dalla legge 180 ed assorbito nella legge 833/1978, sostituisce il ricovero coatto e si dispone quando sono necessari trattamenti urgenti e tali da non consentire di poter adottare misure extraospedaliere. “Urgenza” è questo il fattore che caratterizza l’uso di questo dispositivo medico-giuridico, significa che bisogna ricorrere ad esso solo come ultima alternativa, solo quando sono fallite tutte le possibilità intermedie di comunicazione con il paziente, o quando c’è un acuirsi, un collasso, una rapida degenerazione delle condizioni di salute di una persona tale da renderlo pericoloso per se stesso e per gli altri. La dottrina psichiatrica prevede queste disposizioni particolari ma è improntata, come Basaglia sottolineava, al dialogo, il clinico deve accertare tipo e qualità di adesione del paziente alle cure in modo costante e periodico, il Tso può divenire imminente qualora il paziente non accetti di essere sottoposto volontariamente alle terapie. Se ripercorriamo la storia di Francesco si appura, con una certa immediatezza, che nulla di tutto questo è stato rispettato dal personale medico e di servizio. Quando fugge in preda al panico perché tallonato dalle forze pubbliche, tenta il tutto per tutto gettandosi in mare. Rimane in acqua per un paio di ore, ma poi, al momento della resa, è inerme, non aggredisce nessuno e si lascia praticare 3 iniezioni. In queste condizioni il Tso perde tutta la sua validità. Non vi era più la necessità di effettuare il trasporto in ospedale, poiché il paziente non stava rifiutando le cure e non era aggressivo, ma il personale del 118 continua ad eseguire le procedure. “Non portatemi a Vallo, li mi ammazzano,” quando si lascia caricare nell’ambulanza, Franco pronuncia queste parole emblematiche, che celano la consapevolezza dell’ambiente e del trattamento che presupponeva poteva essergli riservato. Ora, il dato di fatto, è che in quell’ospedale Franco è morto davvero e per tutti quella frase appare più sensata del previsto, meritevole di quell’attenzione negata in precedenza. Edema polmonare, questo il motivo del decesso. Franco doveva avere delle cure, doveva essere tutelato ed aiutato, ma dal momento che entra al San Luca, il 31 luglio, fino al decesso avvenuto il 4 agosto, è un’agonia in piena regola, paragonabile ad uno scenario medievale. È la trasmissione “Mi Manda Raitre” che permette di rendere pubblico il video della telecamera di sorveglianza della stanza in cui M. entrerà e morirà in 4 giorni. Le immagini parlano da sole, hanno un potere di giudizio insindacabile. Alle 12.33 nella stanza entra un uomo sulle proprie gambe, non aggressivo e non agitato, che mangia e si muove tranquillamente, dopo quasi 2 ore, alle 14.25 quella stessa persona viene legata mani e piedi al letto ed inizierà il suo calvario. I lacci della contenzione hanno in questa storia la stessa importanza di un coltello piantato in un torace. Sono previsti, durante un Tso, in casi di eccezionalità e per un tempo necessario ad eseguire quell’operazione che sarebbe impossibile da svolgere se una persona fosse troppo agitata e nervosa, tale da non riuscire fisicamente a restare fermo. “Durante tutta la degenza il paziente si è mostrato troppo aggressivo, rifiutava le terapie ed il cibo, il personale era così impossibilitato ad effettuare un prelievo di sangue, queste le giustificazioni arrancate da avvocati e medici. Il riscontro delle immagini fa emergere ben altro, oltretutto gli erano stati somministrati, sin dall’inizio, sedativi e calmanti. Giuridicamente la contenzione trova la sua ragion d’essere nello stato di necessità, ne consegue, quindi, che pur volendo attenersi all’ipotesi del prelievo, essa avrebbe occupato non più di alcuni minuti gli infermieri e non 80 ore. Per tutto questo tempo Francesco, invece, rimane immobilizzato e legato al suo letto, troppo piccolo, tra l’altro per contenere i suoi 190 cm di altezza, come sottolinea la nipote Grazia. Il susseguirsi delle immagini incalza poi sulla sofferenza, acuita da una morsa non solo persistente, ma talmente pressante da scavare e segnare la pelle, è un continuo divincolarsi di quel corpo intervallato da stati di affaticamento e cedimento, fino alla morte avvenuta intorno alle 02.00 della notte del 4 agosto 1999. Devono passare ben sei ore, però, affinché ciò venga constatato dal personale. Alle 7.40, infatti, il video focalizza l’obbiettivo su un maldestro tentativo di rianimazione, ma, come riportato negli atti, viene prima di tutto rimossa la coercizione. In questo scenario i medici e gli infermieri sembrano, nelle sequenze del video, tanti omini che eseguono le azioni come se fossero degli automi. Nei 4 giorni del ricovero Mastrogiovanni non viene trattato da paziente, ma da burattino: è un corpo privato dei suoi diritti. Aghi, flebo, pannoloni, fasce di contenzione, cateteri, è intorno a questi elementi che si concentrano le operazioni, minime e basilari. Quando il corpo sedato scivola continuamente dal letto si risolve tutto rinforzando la contenzione, quando a terra compare una macchia di sangue è sufficiente passare una mano di straccio, quando il pannolone si straccia ha ben poca importanza sostituirlo dopo ben 40 minuti, tutto è irrilevante. Il respiro affannoso? Quello è un dettaglio! La cartella clinica poi riassume una storia fittizia, si parla di morte per “improvviso arresto cardiaco” sopraggiunto alle 7.40, ma soprattutto non c’è traccia della contenzione, che per legge deve essere dettagliatamente descritta. Muore così un uomo e la sua morte per qualcuno è normale, è frutto di fattori naturali, muore così un uomo e per altri nasce una questione di interesse pubblico sull’uso della contenzione e del Tso, muore così un uomo e si accendono i riflettori su un reparto di psichiatria italiana. La sorpresa finale? In quel reparto la contenzione era una pratica ordinaria e frequenta, era perché adesso, dopo il 4 agosto 2009, come per magia, niente, nulla, non ve ne è più traccia. È l’effetto d’urto delle indagini e del tram tram delle perizie e delle autopsie, in attesa del dibattimento processuale che inizierà il 28 giugno. Sotto accusa ben 18 persone, tra medici ed infermieri del reparto psichiatrico dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per falso ideologico, poiché, per l’appunto, nella cartella clinica sono omesse le trascrizioni riguardanti i mezzi della contenzione adoperati; sequestro di persona, in quanto il paziente è stato ininterrottamente legato al letto di degenza per più di 3 giorni senza essere mai liberato ed alimentato soltanto mediante flebo ed infine, l’accusa di aver cagionato la morte come conseguenza di un altro delitto e cioè della contenzione. In questa vicenda non si può ricondurre il tutto ai soli concetti di malasanità, negligenza o superficialità, in questa storia c’è di più, c’è la morte assurda e paradossale di un uomo insofferente verso lo Stato che muore in un braccio pubblico dello Stato, nelle mani di persone che di questo Stato ne sono una proiezione. C’è uno schiacciare il pensiero e l’esistenza stessa di uno psichiatra come Basaglia che ha tentato di annullare il potere delle camice di forze, per poi scoprire che oggi è bastato sostituirle con delle fasce applicate ai 4 arti e fissate alle sbarre del letto. Basaglia si era mobilitato contro questo annichilimento del malato, contro questo atteggiamento autistico del medico, ma di questo pensiero è stato ereditato solo una legge in cui il termine manicomio viene cancellato dai muri ed in molti ne hanno dimenticato la vera essenza: « Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, - trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L'uomo ha sempre questo impulso, di dominare l'altro; è naturale che sia così. E' innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici. »

Carmen Iebba