Vorrei aggiungere ai tanti pervenuti in questi giorni anche un commento
altro, il mio, condito di qualche riflessione riguardante la tragica e
disperata morte del maestro, insegnante, Franco Mastrogiovanni, avvenuta
all’interno del Servizio di Diagnosi e Cura Psichiatrico di Vallo della
Lucania (Sa).
Dei drammatici eventi tutti coloro che sono addentro alle cose dell’assistenza
psichiatrica, anche perché puntualmente aggiornati da AIPSIMED, sono oramai al
corrente, ragion per cui non vi tornerò. Ma certamente è bene fare anche un
po’ l’Avvocato del Diavolo in questo che pare già esser connotato come un
processo scontatamente sommario ai sette dirigenti medici.
Stavolta, contrariamente all’iconografia ufficiale, questo Diavolo vuol essere
anche un buon diavolo, provando a essere persino equilibrato in un dibattito
processuale che appare senza un contenzioso dibattimentale di tipo etico e
culturale. Ma il Diavolo oggi parlerà da un angolo visuale un po’ spostato,
magari defilato, provando tuttavia ad allargare maggiormente orizzonti pur di
andare a rintracciare cause anche remote che possono stare dietro e aver
persino causato la morte di Mastrogiovanni.
I colleghi quando si laurearono in medicina e chirurgia pensavano che “da
grandi” avrebbero fatto i medici. I colleghi dopo la specializzazione in
psichiatria hanno affinato la loro preparazione anche intima, effettuando
complessi e complicati percorsi formativi pensando che da grandi avrebbero
fatto gli psichiatri. Nulla di tutto questo. Sono stati sì assunti
dall’azienda sanitaria locale, ma arruolati con i compiti di psicopolizia,
quella funzione che dai manicomi in poi identifica ancora oggi la tipologia
dell’intervento psichiatrico in specie per le psicosi maggiori.
Di questo sono al corrente anche i tutori dell’ordine che ben volentieri si
fanno affiancare dagli psichiatri territoriali nella “cattura” delle persone
che appaiono di pubblico scandalo e demandano solo agli psichiatri dei reparti
psichiatrici la custodia di quelle stesse persone e prima ancora che sia stata
effettuata una diagnosi precisa sulle loro vere condizioni
clinico-psicopatologiche.
Non solo, ma quegli stessi psichiatri devono anche far passare nel più breve
tempo possibile lo stato psichico che potrebbe aver sotteso condotte
antisociali. E con che? Con gli psicofarmaci in primis, con il controllo
costante da parte di loro stessi e degli infermieri collaboratori e, estrema
ratio, con la contenzione.
Insomma gli psichiatri vanno in guerra all’attacco e non in difesa,
combattendo una battaglia che mai avrebbero voluto condividere e, soprattutto,
vanno in campo con armi giocattolo finendo per tradire ogni giuramento di
Ippocrate. Ma si può?
Uno psichiatra è oggi messo nelle condizioni di non potere attendere la
trasformazione, anche assai favorevole, di uno stato psichico, ma dev’essere
un leguleio conoscitore di quanti minuti bastano per tenere contenuta una
persona. Deve servire, obbedire e combattere senza disporre neppure di un test
sull’alcolemia di cui è portatore la persona a loro “affidata”, ma deve subito
sedare con i gravissimi effetti in termini di interazione\potenziamento
dell’alchimia alcool\psicofarmaci. Non può subito effettuare un
elettrocardiogramma alla persona che gli portano, visto che per la
trafelatezza e la concitazione dell’intervento, che la persona sia affetta da
ipertrofia del ventricolo sinistro (come in Mastrogiovanni) al mandante del
ricovero pare essere l’ultimo dei suoi problemi. Si dirà: ma per un medico
questo è essenziale! E’ vero. Ma quanti collaborano a che la persona agitata
se ne stia buona buona su un lettino a praticare tutte le indispensabili
analisi emato-cliniche e gli accertamenti diagnostici strumentali? Bisogna
trovarcisi in quelle bolge dantesche chiamate pronti soccorso all’interno dei
quali afferisce tutta un’umanità dolente (non solo nel corpo) ed uno sparuto
di medici annichiliti dall’angoscia relativa all’improbo compito tenta di
rendersi utile nella sofferenza senza finire sotto inchiesta.
Non ci si vuole dilungare troppo e, si sa, l’unica soluzione per i medici, per
gli psichiatri, consiste nell’attenersi rigidamente a ciò che attiene
all’intervento sanitario delegando ad altre figure ed istituzioni il controllo
del male sociale.
Pare che Mastrogiovanni prima di entrare in S.P.D.C. abbia urlato che se
finiva in psichiatria sarebbe morto. Non sarebbe stato meglio per lui, oltre
che per la sua storia anche politica, una permanenza breve e solo per
accertamenti in una struttura solo investigativa e non sanitaria e rimandare
ad altri momenti l’acquisizione psicodiagnostica delle cause delle sue angosce
di sempre, magari con la costante presenza di uno psichiatra chiamato in
consulenza e solo per proteggerlo e non per fargli da Caronte o da suo
persecutore più o meno occulto?
La risposta solo è rintracciabile negli intestini d’una legge di assistenza
psichiatrica che non s’è mai voluta interrogare sul suo mandato e sulla sua
vera funzione.
Che Dio ci perdoni.
Tutti.
Enzo Spatuzzi