Vallo della Lucania. «Guidava contromano sulla variante di Acciaroli,
suonava con il clacson ed era agitato». Il sindaco di Pollica, Angelo
Vassallo, spiega i motivi per cui ha firmato il trattamento sanitario
obbligatorio che il 31 luglio ha dischiuso le porte del reparto di
psichiatria del San Luca a Franco Mastrogiovanni. Una terapia estrema, a
cui si ricorre solo nei casi più gravi, con tanto di doppio certificato
medico. E che ora è divenuta oggetto dell’inchiesta aperta dalla Procura
di Vallo della Lucania: sette medici indagati per omicidio colposo, un
numero che nelle ultime ore è aumentato. Nella notte tra mercoledì e
giovedì sono stati notificati altri avvisi di garanzia presso l’ospedale.
Il pm Rotondo ha già acquisito, infatti, anche i documenti relativi al «tso»
per verificare se è stata rispettata la procedura dovuta. I dubbi arrivano
ora dopo ora, con testimonianze in diretta nel giorno dei funerali. «Solo
due giorni prima era passato da me ad Agnone per un saluto ed era
assolutamente tranquillo», racconta Giuseppe Tarallo, ex presidente del
parco del Cilento, che con Franco ha condiviso storiche battaglie
politiche. «Lo conosco da una vita e non mi risulta che fosse un
violento», gli fa eco l’editore Peppino Galzerano. Come loro altri amici,
di Castelnuovo, Pollica e Vallo, non si spiegano come da un giorno
all’altro possa essersi trasformato in un “pericolo pubblico”. Del resto,
durante l’anno scolastico, a lui erano affidati decine di bimbi della
scuola primaria di Pollica che lo adoravano. «Non era pazzo, aveva solo un
esaurimento nervoso», dicono gli amici. Ma parlano anche della sua paura
folle per i carabinieri. Per lui, ingiustamente detenuto per il delitto
Falvella, le divise equivalevano al carcere, ovvero all’ingiustizia
subita.Come quella che subì nel ’99: arrestato per oltraggio a pubblico
ufficiale, in carcere, ai domiciliari e poi assolto in appello con tante
scuse. «È come se fosse stato inseguito per una vita» dicono gli amici che
lo conoscono bene. D’altra parte, c’è chi punta il dito contro l’uso di
sostanze stupefacenti. Ma quando è stato ricoverato all’ospedale, nel suo
sangue hanno trovato solo una piccola concentrazione di tetracannabinoidi,
in pratica i postumi di uno spinello. Dopo i risultati dell’autopsia,
eseguita dal direttore del dipartimento di medicina pubblica Adamo Maiese,
intervengono anche i difensori dei medici indagati. «Non c’è stata la
violazione di nessun protocollo, né dei diritti dell’ammalato», tiene a
rimarcare Antonio Fasolino, difensore del primario di «psichiatria» del
San Luca, Michele Di Genio. E aggiunge, assieme ai collega Federico e
Antonio Conte, che difendono il medico Anna Ruberto: «La contenzione non
ha un limite temporale, ma può proseguire finché è necessaria, anche per 4
giorni, se il paziente non dà segni rilevanti di sicurezza per sé e per
gli altri. In ogni caso è una procedura che si esegue con i mezzi medici a
disposizione delle strutture sanitarie, non con il filo di ferro». Sempre
i due legali affermano che «gli esiti provvisori dell’autopsia escludono
ogni tipo di nesso di casualità tra le terapie somministrate a
Mastrogiovanni, tra cui la contenzione, e l’insufficienza ventricolare che
ha provocato l’edema polmonare e quindi la morte». Una diversa lettura la
danno, però, i legali della famiglia. «L’edema polmonare può essere stato
provocato anche dallo stato di agitazione in cui si trovava Franco,
sottoposto a una terapia non voluta», fa rilevare infatti Loreto D’Aiuto,
che rappresenta i familiari assieme a Caterina Mastrogiovanni.
Fonte: Il Mattino